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Natalia Aspesi

7 Feb


È chiaro, la legge ha stabilito quasi tutte le parità, ma non la televisione, non la pubblicità, non il mercato, non Berlusconi, che hanno leggi tutte loro. Non i manager televisivi, che sono quasi tutti maschi, non il pubblico, che è soprattutto femminile, e tifa per i presentatori signorili e volgari, e dalle sorelle che si esibiscono in costumini scemi impara quel che gli anni Settanta avevano cercato di far dimenticare: non si illudano le donne, non è del loro cervello che il mondo ha bisogno, ma dell’immagine del loro corpo e del loro corpo stesso, della loro giovinezza e inconsistenza, per gli ozi e il piacere degli uomini. L’ha scritto Natalia Aspesi su Micromega (I/2011). A lei regaliamo Il cornetto acustico (Adelphi, 1984) di Leonora Carrington perché in mezzo a un mondo, culturale e giornalistico, che presuppone la stupidità di chi legge e che suppone che la stupidità dia leggerezza, lei risponde con una sobria, pertinace intelligenza, briosa, che avvicina gli uomini alle cose e le cose a loro stesse. Perché nella sua rubrica di posta del cuore, nei suoi articoli su Harold Robbins, su Camilla Cederna e su molto altro, si incontrano fantasie, fandonie, esigenze emotive, passioni e innamoramenti, di una persona con un’altra e di una persona con se stessa, si incrociano letture e senso. Così come ne Il cornetto acustico Leonora Carrington racconta una storia di vecchie che rivoluzionano il mondo e che si riappropriano delle grandi storie del mondo, trasforma un ospizio per vecchie in un paese delle meraviglie, oscuro e bizzarro, in un Giardino delle delizie. Perché Marion, che detesta che la sua solitudine sia rubata dai benintenzionati, si guarda intorno e nel parco dell’ospizio trova padiglioni a forma di casine di gnomi, di fungo velenoso, di orologio a cucù, di vagone ferroviario, di stivale e di mummia, e il ritratto di una badessa che strizza l’occhio con insolenza. E Marion, come Natalia, si sarebbe annoiata a vedersi intorno palazzo Grazioli, Drive In istituzionalizzato, Bunga-bunga e varie, ma non per moralismo, per noia. Ma Marion e Natalia, forti e chiare nella rispettive grammatica di comprensione e interpretazione del mondo, descrivono la parabola di noi tutti che un po’ ci indignamo ma sempre seguiamo con attenzione il mistero buffo di questo mondo politico senza freni narrativi. Quindi noiosi. Perché sono i limiti a fare le avventure. Non le grandi pianure del senso. …Perché non abbiamo nessuna intenzione di lasciarci mai più intimidire dalla sua disgustosa routine. Sebbene la libertà ci sia giunta piuttosto tardi nella vita, non vogliamo certo buttarla di nuovo via. Molte di noi hanno trascorso la loro esistenza vicino a mariti prepotenti e irritabili. Quando finalmente ne siamo state liberate, siamo cadute vittime della persecuzione di figli e figlie che non ci amavano più e ci consideravano un peso e un oggetto di scherno e di vergogna. Come vi potete figurare nei vostri sogni più scatenati che ora che abbiamo assaggiato questa irresponsabile e benedetta, anche se affamata, libertà, ci lasceremo di nuovo menare per il naso da lei…

L. Carrington, Il cornetto acustico, Adelphi (1984, traduzione di G. Bompiani), pp. 182, eu 12,00.

Giorgio Armani

30 Gen

“È una questione di eleganza, non solo di estetica. Lo stile è avere coraggio delle proprie scelte, e anche il coraggio di dire di no. È trovare la novità e l’invenzione senza ricorrere alla stravaganza. È gusto e cultura”: Giorgio Armani riesce a definire magnificamente il senso del suo lavoro, il cui eccelso risultato non può essere messo in discussione da nessuno. Per esaltare ancora di più lo stile unico che riesce a regalare con i suoi abiti, ma anche con il suo modo di essere e il suo tenore di vita, che davvero rasenta la perfezione, non si può che contrapporgli un altro grandissimo artista, un uomo che ha fatto della sua visione della vita una letteratura prolifica ma sempre fedele a una implacabile malinconia e a una decisa mancanza di speranza di poter dirigere o cambiare il proprio destino. Men che meno con un abito. La scelta tra i romanzi di Simenon non è facile, ma forse il piccolo sarto armeno de I fantasmi del cappellaio può fare da contrappunto alla perfetta armonia di fome e colori che Armani riesce a realizzare. Perché le creazioni di “re Giorgio” ci fanno sognare e a volte anche dimenticare che la maschera che siamo costretti a portare dalla comunità in cui viviamo, ci impedisce di essere noi stessi. Simenon invece ce lo ricorda benissimo.

Georges Simenon, I fantasmi del cappellaio, Adelphi 1997, p. 238, e. 18, trad. di L. Frausin Guarino.

Leonardo Del Vecchio

23 Gen

Dottò, mi raccomando, fateci risparmiare… povera gente siamo…” e, quando aveva sentito “ottomila lire”, per poco non si era sentita male.
Due vetri! Che dite! Gesù Maria!”
Ecco quando si è ignoranti…” rispondeva il dottore, riponendo le altre lenti dopo averle lustrate col guanto, “ non si calcola nulla. E metteteci due vetri, alla creatura, mi saprete dire se ci vede meglio. Tiene nove diottrie da una parte, e dieci dall’altra, se lo volete sapere… è quasi cecata”.
Eugenia Quaglia in “Un paio di occhiali”, racconto di apertura di Il mare non bagna Napoli di Anna Maria Ortese, vive come avvolta in una nebbia: non vede la stanza in cui vive, il cortile pieno di panni, il vicolo vociante di grida e di colori, tutto è coperto da un velo. Ma finalmente le arrivano un paio di occhiali e il mondo si riempie di acqua saponata, di muri lebbrosi, di pezzi di carta e rifiuti, e si riempie a tal punto che Eugenia si sente male, si piega in due e vomita. A Leonardo Del Vecchio regaliamo i racconti della Ortese, perché fondatore di Luxottica e grande evasore, possa prendere informazioni su Napoli e spunto per opere di bene: seguendo l’esempio di Della Valle nuovo sponsor del Colosseo, potrebbe decidere di adottare la città di Napoli, investendo parte dei beni preservati dal fisco nella riqualifica del capoluogo partenopeo, o – se proprio decidesse che l’affare non gli interessa – vorremmo almeno si impegnasse a regalare un paio di occhiali schermati a cittadino. Forse il capogiro non sarebbe venuto all’Eugenia dell’Ortese se avesse inforcato un bel paio di Rayban, si sa: “Occhio non vede, cuore non duole”, anche se nel nostro caso sarebbe augurabile un ottundimento generale dei sensi e non solo della vista.

Anna Maria Ortese, Il mare non bagna Napoli, Adelphi 1994, p. 176, e. 17 .

Daniele Capezzone

11 Dic


Parafrasando Woody Allen Il mio più grande rimpianto è di non essere qualcun altro. E questo è il problema di Daniele Capezzone, portavoce del Popolo delle Libertà (nota per i lettori del futuro: il partito di Berlusconi, qualunque sia il nome che ha nella vostra epoca). Capezzone, in tutta la sua vita, ha inseguito costantemente il sogno di essere qualcun altro. Nasce come ambientalista, poi diventa radicale, poi soubrette televisiva e infine, dato il curriculum, approda a Forza Italia, con tutto quello che ne segue. E’ qui che, diventato portavoce, affronta la sua sfida più importante: difendere le cause del Popolo della Libertà (per i lettori del futuro: di Silvio Berlusconi. Ma questo vale anche per i lettori del presente, probabilmente). Consigliamo allora a Capezzone l’immortale libro L’arte di ottenere ragione di Arthur Schopenhauer (Adelphi, 1997). Nel volume si spiegano ottimamente gli artifici disonesti ricorrenti nelle dispute e le vie traverse e i trucchi di cui si serve l’ordinaria natura umana per celare i suoi difetti. Ovviamente per usarli a proprio vantaggio. Perché quando la ragione non ce l’hai nei fatti, la devi conquistare attraverso lo stratagemma.AeOvviamente per usarli a proprio vantaggio. Perché quando la ragione non ce l’hai nei fatti, la devi conquistare attraverso lo stratagemma.


A. Schopenhauer, L’arte di ottenere ragione (esposta in 38 stratagemmi), Adelphi (1997), pp. 124, eu. 8,00 [Traduzione di F. Volpi e N. Curcio]

Silvio Berlusconi

10 Dic


Anche Marcolina lo ascoltava attentamente, ma con la stessa espressione come se le stessero leggendo un libro di storie passabilmente interessanti. Il fatto che le fosse seduto davanti una persona, un uomo, Casanova stesso, che aveva vissuto tutto questo e molte altre cose che non raccontava, l’amante di migliaia di donne… che lo sapesse, la sua espressione non lo tradiva minimamente. Al Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, regaliamo Il ritorno di Casanova di Arthur Schnitzler (Adelphi, 1990). Perché la giovinezza è un posto dal quale prima o poi si viene esiliati, perché esistono avventure della carne ma anche avventure dello spirito, perché infine la giovinezza, dopo l’esilio, o è una avventura dello spirito o è un grottesco gioco di mimi. Perché è una storia di avventura, di scommettitori, di ritorni e perché anche se non abbiamo pregiudizi, l’atmosfera in cui viviamo è da essi così avvelenata che non possiamo sottrarci completamente alla loro influenza. Perché dopo aver sognato con le sue televisioni, adesso vogliamo svegliarci, e portare alla sua attenzione molte cose e singolari sulla preoccupante tendenza spirituale cui aderiva parte della gioventù veneziana e sui pericolosi disordini che segni inequivocabili cominciavano ad annunziare


A. Schnitzler, Il ritorno di Casanova, Adelphi (1990), pp. 149, 7,50 eu. [Traduzione di G. Farese]. Il ritorno di Casanova è disponibile anche online, in versione integrale, qui.

[la foto del premier viene da qui]