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Mario Borghezio

11 Dic

Quindi mi venne incontro il collega Cipollone: “il tuo figlio di industriale in cambio di due figli di piccoli padroni e del figlio di una… buona donna!”. “Il figlio dell’industriale me lo tengo,” dissi. Il maestro Mombelli e i suoi colleghi nella Vigevano delle fabbrichette, degli operai che diventano padroni, degli immigrati spersi del Sud, mettono su un mercato della carne in cui si dividono gli alunni come parlassero di prodotti da smerciare. Qualcuno di loro sogna di abbandonare la scuola, e qualcuno l’abbandona proprio, per entrare nel mondo del denaro da ostentare, delle macchine ingombranti e dei piccoli imbrogli. A qualcuno la vita cambia, come al maestro Mombelli, il denaro affluisce ma scema tutto il resto. A Mario Borghezio quindi regaliamo Il maestro di Vigevano (consigliando però anche la lettura del resto della trilogia vigentina), perché il suo racconto di un Nord ricco, volitivo, chiuso ricorda molto la Vigevano degli anni ’70 di cui scrive Mastronardi, che oltre a quella dell’accumulo di beni è anche lo scenario in cui la donna che hai sposato ti dà del lei e ti tradisce, tuo figlio si rivela non essere tuo e per riempirsi le tasche comincia a rubare, ci si ritrova soli e si accetta di sposare una donna, solo perché due stipendi del coefficente 202 fanno uno stipendio di gruppo A. Forse se il paese è cambiato o può cambiare, la lettura de Il maestro di Vigevano può aiutare anche Borghezio a comprendere come, permettendo a lui e a ogni homo nordicus leghista di rivedere leggermente il proprio immaginario

Lucio Mastronardi, Il maestro di Vigevano, Einaudi 1994, p. 560, e. 15