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Eugenio Scalfari

19 Mar

Archetipo dell’intellettuale che opera all’interno delle istituzioni, la carriera di Eugenio Scalfari sembra scandita dalla sindrome del camaleonte, ossia quell’inarrestabile tendenza a cambiare il colore del proprio mantello in base al delinearsi di nuove circostanze. E se qualcuno può pensare che cambiare idea nella vita può essere segnale di grande maturità, è anche vero che nella vita di un uomo possono essere al massimo un paio gli stravolgimenti autentici. Il resto è trasformismo. Scalfari è dapprima fascista, ma mettiamo che passi come un errore di gioventù, poi partecipa alla fondazione del partito radicale, poi è socialista, poi fonda Repubblica e lo dirige fino al 1996, mostrando un certo campanilismo verso alcuni settori del potere e scrivendo «La qualità culturale e morale di Repubblica non ha riscontro con nessun fenomeno analogo nel giornalismo italiano… i suoi lettori rappresentano il meglio della società». Sferza alcuni potenti e ne coccola altri, riuscendo nell’impresa di guadagnarsi un posto al sole lungo 70 anni di storia repubblicana. Difficile riuscirci senza eccellere nella strategia della doppia morale. Gli consigliamo allora di leggere Petrolio di Pierpaolo Pasolini, opera che sebbene incompleta possiede pagine di valore assoluto, in grado di mostrare a Scalfari cosa significa essere un intellettuale vero, libero da qualsiasi vincolo con il potere. Magari in una futura riedizione della sua biografia farà togliere la frase in cui si definisce «Scrittore italiano occasionalmente prestato alla politica».

Petrolio, Pierpaolo Pasolini, Mondadori 2005, p.654. e. 8,25.

 

 

Marco Pannella

9 Mar

Giacinto Pannella è nato a Teramo il 2 maggio 1930.
Ecco. La declinazione della sua data di nascita è l’unica affermazione che Pannella non ha mai contestato. S’è cambiato perfino il nome (in Marco) e, probabilmente, non è d’accordo con quello che stai pensando in questo momento.
Anti-everything della prima ora, Pannella si è sempre battuto contro quelle posizioni politiche e/o sociali caratterizzate dal fatto che esistesse qualcuno che le sostenesse. A quest’uomo così diplomatico e arrendevole, consigliamo allora il simpatico volumetto Yes Man, di Danny Wallace, da cui è stato tratto l’omonimo film con Jim Carrey. E’ la storia di un giovanotto subadulto che, per un anno, si impegna a dire sempre sì a qualunque proposta gli capiti fra i piedi. Al nostro Giacinto, questo tipo di pratica potrebbe fruttare, alla fine, un qualche memorabile successo politico che lo consegni definitivamente alla storia (aver cacciato Capezzone non basta, diciamocelo). O, a ogni modo, un brindisi di fine carriera più che dolce, e per una volta senza retrogusto d’urine.

Danny Wallace, Yes Man, Mondadori 2006
p. 405, e. 16, traduzione di A. Colombo e P. Frezza Pavese

Iva Zanicchi

13 Feb

Di Iva Zanicchi sappiamo con certezza che è donna dal multiforme ingegno. Manichea della prima ora, fu capace di cogliere con ridondante anticipo e proclamare con voce stentorea l’inesorabile contrapposizione che avrebbe negli anni a venire visto battagliare su opposte sponde i “pro” e i “contro”, i “noi” e i “loro”, fino ai “garantisti” e agli “antipuritani” (La riva bianca, la riva nera). Seppe poi cogliere lo spirito del tempo e schierarsi con sagace accortezza dalla parte predestinata al trionfo valendosi dell’oracolo ricevuto dalle mani di una presentatrice televisiva (Prendi questa mano, Zingara, e non farmi pescare La luna nera…). Rimase per ben quattordici anni al timone del programma che sarebbe diventato, forse suo malgrado, il primo Reality Future Show: OK, il prezzo è giusto! Europarlamentare in carica, brilla nella sua storia politica un evento che, ostentato dai suoi detrattori come prova di biasimevole ignavia, l’approssimava invece, senza saperlo, ai fasti appena trascorsi del sovrano. Dopo il voto a favore della vivisezione (settembre 2010) l’on. Zanicchi asseriva «Mi sono fidata dei miei assistenti… Non posso mica seguire i lavori di tutte le commissioni!» Come non coglierne l’istintuale, congenita consonanza con la stessa specchiata fiducia, egualmente mal riposta (e mal ripagata!) nelle accorate asseverazioni di nepotitudine egizia di appena tre mesi prima?
Eppure, ella sarà ricordata per essere rimasta. Ferma e chiara, sullo scranno infedele, disobbediente, forse suo malgrado, agli editti del sovrano, sorda ai desideri, indifferente alle intimazioni blandite da invito. E allora le rechiamo in dono L’avventura di un povero cristiano (Mondadori, 1998) di Ignazio Silone. Perché come Celestino V oppose un «gran rifiuto» e, restando, tentò quello che non riuscì a Pietro da Morrone, difendere la Chiesa dalle sue stesse ingiurie.

Solo un dubbio s’insinua. E se fosse stata solo questione di Testardaggine?


I. Silone, L’avventura di un povero cristiano, Mondadori (1998), pp. 224, 9 eu

Nicole Minetti

7 Feb


A Nicole Minetti regaliamo il libro di G.M. Màrquez, Memoria delle mie puttane tristi (Mondadori, 2005). La consigliera regionale, in questo periodo, la vediamo piuttosto disorientata, fra un interrogatorio e l’altro, fra frasi che dice (ai PM), che non dice (sempre ai PM) e che ha detto (non ai PM ma ad alcune sue amichette, qualche tempo fa, e che sono annotate nelle certosine intercettazioni che tutta Italia ha potuto leggere). Frasi da cui, sostanzialmente, emerge una fondamentale ignoranza della psiche del frequentatore di prostitute, anche noto come “utilizzatore finale” – ma il titolo cambia a seconda dell’avvocato che lo assiste. Grazie a Memoria la Minetti potrà finalmente andare al di là di quei lombi flaccidi di cui amava sovente lagnarsi al telefono, e potrà finalmente scoprire cosa si agita nella lutulenta mente di questa categoria di individui: potrà comprenderne meglio la personalità, perdersi in quegli onorevoli labirinti intellettuali e scoprire come mai, al centro, si trovi sempre una minorenne a cui dà la caccia un Minotauro. Da (far finta di) leggere mentre è in seduta consiliare, per evitare le domande dei giornalisti.

G. Garcia Marquez, Memoria delle mie puttane tristi, Mondadori (2005, traduzione di A. Morino), pp. 141, 14,00 eu.

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Giovi a Nicole, dall’alto della sua cultura universitaria certificata da una Lode, leggere qualche verso. Ma non lo  faccia ricorrendo ai classici della letteratura da supermercato, cerchi un’opera che stia alla pari della sua formazione, non un semplice libro, quanto un monumento di quel Paese a cui la Consigliera si dedica anima e corpo con le sue insostituibili prestazioni intellettuali.
La scelta non potrà che ricadere sulla Commedia dantesca, dal 2007 disponibile in una prestigioso fac-simile del manoscritto Riccardiano-Braidense, edito da Salerno Editrice in tiratura limitata. Tra queste pagine la politica e la morale, l’abiezione e la virtù stanno tra loro come Beatrice sta ad Ugolino, e i percorsi di fede sono il mastice che fissa le maglie scomposte della storia e l’attualità trecentesca. Varrà quindi la pena di rispolverare e approfondire semplici reminescenze scolastiche in virtù dell’alto incarico ricoperto e riconsiderare se nel 2011, a 700 anni dalla stesura della Commedia, alcuni versi possono essere considerati semplici invettive o azzeccate profezie: Ahi serva Italia, di dolore ostello,/nave sanza nocchiere in gran tempesta,/non donna di province, ma bordello!//.

 

La Commedia, con il commento di Iacomo della Lana, nel ms. Riccardiano-Braidense, Tiratura mondiale di 599 esemplari numerati + 26 fuori commercio distinti con lettere dell’alfabeto, Salerno Editrice; € 1.700,00, ISBN 978-88-8402-597-5;

Luigi Frati

6 Gen

Questo è giusto, c’è il merito.
«Non posso farci niente se Giacomo è tra i primi cinque, nella classifica dei vincitori di un concorso vecchio di due anni. La vergogna semmai è per gli altri. Giacomo mio figlio s’è fatto un culo come un pajolo».
Giacomo è bravissimo.
«Parliamo del punteggio? Lui ha 21. Artioli, per esempio, 14. Che ce posso fa?»
Rettore, le danno del barone al cubo.
«Num me frega nulla. Quello che voglio di’ è che nessuno della mia famiglia ha avuto ciò che non meritava».
Bisogna specificarlo bene, perché il nome di Frati…
«Ho mandato in pensione mia moglie, togliendole la collaborazione compensativa. Lo sa?».
Purtroppo contro di lei se ne dicono di tutti i colori.
«Forse perché sono vicino agli studenti? Forse perché giro senza auto blu, forse perché mi faccio un mazzo così?».
Il linguaggio crudo rivela comunque un vivido spirito del fare.
«D’Ubaldo parla di me come futuro sindaco di Roma. Ma io non tradisco, ho da completare il mandato di rettore».
Vuole bene all’università, e si vede. Anche il banchetto nuziale di sua figlia l’ha fatto tenere al campus.
«Fregnaccia, fregnaccia. Banchetto a Trevignano, rinfreschetto all’università. L’aranciatina, la coca cola. Un gesto di cortesia per gli amici e i colleghi. E ho pagato trecentomila lire, causale: matrimonio di mia figlia. E da lì è nata la fregnaccia».
Queste cose non si sanno, e si favoleggia.
«Forse sono odiato dai potenti forse, ma dagli studenti amatissimo»
Però è bellissimo avere i figli con questa carriera luminosa. Li avrà condotti per mano, e accuditi, sollecitati.
«Ma che stai a dì? (Certo, vedendo mamma e papà che pure alla domenica studiano, ti viene lo sghiribizzo di emularli)».

[intervista a Repubblica del 24.12.2010]

A Luigi Frati, rettore de La Sapienza, polo universitario da 150.000 iscritti, con facoltà sparse in tutta la città di Roma e anche oltre, Le città invisibili di Calvino. In particolare gli proponiamo il percorso nelle città e i morti, Melania, Adelma, Eusapia, Argia, Laudomia: nella prima la popolazione si rinnova per morte precoce all’interno di un dialogo, nella seconda su ogni faccia nuova che s’incontra c’è il calco di quella di qualcuno che già si sa scomparso, nella terza i vivi costruiscono una copia identica della loro città perché il trapasso sia più lieve e vi spediscono le salme augurando loro una vita diversa da quella che hanno vissuto, nella quarta gli abitanti girano allargando i cunicoli dei vermi e nell’ultima la proliferazione delle bare sgomenta chi vi abita. In ognuna di esse, Frati potrà trovare qualcosa che gli ricordi il suo ateneo, dove la diapartita veloce colpisce spesso studenti talentuosi ma non sponsorizzati, e le facce si assomigliano o si ripetono in una duplicazione continua, dove chi dovrebbe essere “accademicamente” trapassato ha sempre più futuro di chi lo guarda e dove sfuggire alla putrefazione diventa di giorno in giorno l’unica via per evitare la resa.

Italo Calvino, Le città invisibili, Mondadori 1996, p. 176, e. 8,50

Giorgia Meloni

24 Dic

Vorremmo che il nuovo anno s’aprisse con una rivoluzione linguistica. Come in un racconto di Rodari ameremmo ritrovarci in un mondo epurato dalla parola gioventù e i suoi annessi: uno stato di perenne incipienza, in cui non si ha mai il diritto di essere effettivamente qualcosa. In particolare, oggigiorno l’assenza di diritto coincide con la mancanza di mezzi di sostentamento ma, come spiega il ministro del caso, Giorgia Meloni, questo è il frutto delle «scelte politiche del passato [che] hanno garantito trattamenti e favori molto al di sopra delle reali possibilità dello stato».
In un libercolo a sua firma, dal titolo inconsapevolmente sarcastico di “Buon lavoro!”, il meno anziano dei ministri della storia repubblicana infarcisce di citazioni dotte il vademecum del galoppino del terzo millennio (lo stagista), mostrando una notevole incertezza sul fronte dei generi letterari (e non solo).
Inizia la sua pubblicazione edificante con una citazione da Shining, l’horror movie di Stanley Kubrick, come a rimarcare che, dopo la pernacchia di “Buon Lavoro!”, bisogna preparare i disoccupati con lode almeno al ‘genere’ di esperienza che stanno per vivere: un capolavoro dell’orrore!
Legga allora il Ministro uno che la teoria aristotelica dei generi letterari ce l’ha ben chiara e imbocca la strada del sermone cattolico sul merito e il privilegio fin dalle prime pagine, Pier Luigi Celli, La generazione tradita. Gli adulti contro i giovani. Ma se si risponde al dirigente LUISS in crisi per i suoi costosissimi laureati disoccupati con il ministro trentenne senza portafoglio e senza laurea, si capisce bene come vadano davvero le cose.
Basterebbe smettere di sfornare brutti libri e iniziare ad agire in concreta attuazione dei propri propositi, meglio se non sono stati scritti prima.

Pier Luigi Celli, La generazione tradita. Gli adulti contro i giovani, Mondadori 2010, p. 134, e. 17.

Enrico e Carlo Vanzina

22 Dic

Roberto: Papà, a te t’ha fregato il benessere. Tu facevi il capo mastro! Invece oggi c’hai i soldi e te scandalizzi. M’hai mandato in America, a New York, tsz, noi semo de Frascati! A papà e piantala… e poi, mamma gioca a Gin al circolo Canottieri e se veste da Versace? Tu metti l’orologio al polso come Gianni Agnelli? E io vado a letto co Leonardo Zartolin, perché nun se po’?
Giovanni: No, nun se po’, nun se po’! Comunque è tutta corpa tua.
Sig.ra: Ah sì, è corpa mia se c’abbiamo er fjo frocio!
Roberto: Eeeeeh frocio… bisex… moderno moderno mamma, ecco moderno!
Giovanni: Moderno? Moderno un par de palle!!! Oddio, io me sento male. Senti la vena, senti la vena come batte! E j’avevamo dato pure la governante tedesca a lui. Mo te la saluto la Frora.
Roberto: E ‘a fauna… papà…. Fräulein!
Sig.ra: Ma statte zitto che io nun ce parlo co un ignorante cafone frascataro come te.
Giovanni: Ha parlato Susanna Agnelli, ma vedi come vai in giro? Me sembri no spaventa passeri.
Sig.ra: E tu un cassamortaro!
Giovanni: Oh dimme un po’ mo, sta Samantha ma… ma che me rappresenta?
Roberto: È un’amica… l’ho anche castigata!
Giovanni: Che vor dì castigata?
Roberto: Uuuh, papà so modernooo, castigo la straniera e vado a letto co Zartolin. Pensa che ci diamo ancora del lei..Zartolin, tenga, la mutanda!
Giovanni: Roberto, è tuo padre che ti parla: ma vedi d’annà a fanculo!

Questo si urlavano Roberto Covelli (Cristian De Sica) e Giovanni Covelli (Riccardo Garrone), in una scena di Vacanze di Natale, 1983, regia dei fratelli Vanzina.
Enrico e Carlo Vanzina, i cantori del generone romano, della Roma dei Parioli e del Circolo Canottieri Aniene di cui sono soci , nonché amici fraterni del presidente Giovanni Malagò (oggi indagato per abuso edilizio nell’inchiesta sui Mondiali di Nuoto). I Vanzina, oltre a molti film di cassetta, ci hanno regalato due film indimenticabili, “Sapore di Mare” e Vacanze di Natale.
Senza quest’ultimo anche un capolavoro della letteratura come Persecuzione di Alessandro Piperno sarebbe stato diverso, una scena sicuramente.
Ecco cosa consigliamo ai fratelli Vanzina.
E siccome siamo sotto le feste, vi facciamo i nostri migliori auguri con Giovanni Covelli: “E anche questo Natale se lo semo levato dalle palle!”

 
Alessandro Piperno, Persecuzione, Mondadori 2010, p. 417, e. 20