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Saverio Costanzo

21 Feb

Saverio Costanzo figlio di Maurizio, è un regista italiano. Uno dei migliori. Inizia la sua carriera quando il padre è al massimo del potere. Potrebbe passare attraverso lui per realizzare il suo primo film. Non lo fa. Saverio Costanzo rifiuta qualsiasi aiuto per esordire con Private un film bellissimo e profondo sul conflitto israeliano-palestinese raccontato in una dimensione privata, quasi intima. Il film incassa pochissimo, ma è molto lodato dalla critica . Come il successivo, “In memoria di me”, tratto da un romanzo di Furio Monicelli, sulla crisi spirituale di un giovane che decide di entrare in seminario.
Su Repubblica, il giorno dell’uscita, Saverio Costanzo dichiara: “penso che non sia un film del tutto riuscito.”
Invitato in tutte le trasmissioni televisive – da Fazio alla Bignardi – Saverio Costanzo rifiuta. “C’è già un Costanzo in televisione, basta e avanza” pare sia la sua risposta.
Di recente trasforma il best seller “La solitudine dei numeri primi” in un film di nicchia che infatti incassa molto meno delle previsioni.
Saverio vieta al padre di pubblicizzare i suoi film. Ma per il secondo, alla fine di una puntata di “Tutte le mattine”, Costanzo non resiste. Mentre consiglia un altro film, una commedia, non si trattiene: “e poi se vi capita, andate a vedere anche In memoria di me.” La trasmissione finisce, in pochi hanno sentito il suggerimento, nessuno si ricorderà di seguire quel consiglio detto a mezza bocca. Sarà solo una faccenda di famiglia: un patto rotto.
A Saverio Costanzo regaliamo Patrimonio di Philip Roth.
Lo osservai intensamente, come per la prima volta, e continuai ad aspettare che nella testa mi si formassero altri pensieri. Ma non ne arrivarono più, nessun altro pensiero tranne questo: che dovevo fissarmelo nella memoria per quando fosse morto. Forse gli avrei impedito di sbiadire e diventare etereo col passare degli anni. “Devo ricordare con precisione, – mi dissi, – ricordare ogni cosa con precisione, in modo che quando se ne sarà andato io possa ricreare il padre che ha creato me”.

Philp Roth, Il patrimonio, Einaudi 2009, p. 196, e.11, traduzione di Vincenzo Mantovani

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Fausto Bertinotti

6 Dic

Quando Joseph McCarthy lanciò la sua campagna anticomunista in tutti gli Stati Uniti, Iron Rinn era all’apice della sua seconda carriera. Scaricatore di porto, attivista sindacale, Iron, uomo verticale, s’era guadagnato un posto nel gotha dirigenziale americano grazie al successo come attore radiofonico. Ma per un uomo affezionato all’utopia, il successo, luogo in cui regna la distopia, non è la patria migliore. E Iron proverà i miasmi della celebrità, le moine della vita agiata, la lacerante separazione tra vita privata e ideali. Sarà sua moglie a tradirlo, stella del cinema muto, attraverso la pubblicazione di un libro di successo, Ho sposato un comunista. Proponiamo a Fausto Bertinotti l’affresco di Philip Roth su un’America già instradata verso l’attualità, in cui gossip e semplificazione delle idee sono i veri protagonisti del dibattito pubblico. In cui il socialismo si muove nella minuscola pozzanghera lasciata in vita dalle grandi industrie. Affinché, attraverso l’esercizio appassionante della lettura, affiorino analogie e discordanze con le proprie esperienze, con le battaglie e gli errori, con le proprie irriducibili fedeltà, vere o presunte.

Philip Roth, Ho sposato un comunista, Einaudi 2005, trad. Vincenzo Mantovani