Archivio | gennaio, 2011

Giorgio Armani

30 Gen

“È una questione di eleganza, non solo di estetica. Lo stile è avere coraggio delle proprie scelte, e anche il coraggio di dire di no. È trovare la novità e l’invenzione senza ricorrere alla stravaganza. È gusto e cultura”: Giorgio Armani riesce a definire magnificamente il senso del suo lavoro, il cui eccelso risultato non può essere messo in discussione da nessuno. Per esaltare ancora di più lo stile unico che riesce a regalare con i suoi abiti, ma anche con il suo modo di essere e il suo tenore di vita, che davvero rasenta la perfezione, non si può che contrapporgli un altro grandissimo artista, un uomo che ha fatto della sua visione della vita una letteratura prolifica ma sempre fedele a una implacabile malinconia e a una decisa mancanza di speranza di poter dirigere o cambiare il proprio destino. Men che meno con un abito. La scelta tra i romanzi di Simenon non è facile, ma forse il piccolo sarto armeno de I fantasmi del cappellaio può fare da contrappunto alla perfetta armonia di fome e colori che Armani riesce a realizzare. Perché le creazioni di “re Giorgio” ci fanno sognare e a volte anche dimenticare che la maschera che siamo costretti a portare dalla comunità in cui viviamo, ci impedisce di essere noi stessi. Simenon invece ce lo ricorda benissimo.

Georges Simenon, I fantasmi del cappellaio, Adelphi 1997, p. 238, e. 18, trad. di L. Frausin Guarino.

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Mario Moretti Polegato

26 Gen

Soltanto quinto nella classifica degli uomini più ricchi d’Italia, Mario Moretti Polegato, fondatore e presidente della Geox, passerà alla storia del capitalismo italiano principalmente per due motivi: per aver  risolto almeno parzialmente il problema della puzza dei piedi grazie alla scarpa che respira, e per essersi proposto come un dei più tenaci sostenitori della delocalizzazione. Una buona percentuale della produzione Geox, infatti è stata trasferita in stabilimenti slovacchi e rumeni, dove la produzione resta attiva 24 ore al giorno grazie a tre frenetici turni da otto ore ciascuno. “Sono politiche imposte dal mercato”, dichiara Polegato, appena qualche giornalista incalza con le sue scomode domande. Consigliamo dunque a Polegato di leggere Gente di Mare di Giovanni Comisso, scrittore suo conterraneo. Si tratta di un libro di memorie, in cui Comisso racconta un viaggio da lui compiuto attraverso il mare Adriatico a bordo di un veliero. La descrizione dettagliata della vita dei pescatori, invoglia alla contemplazione del ritmo meno alienante di una vita «diversa», semplice e primitiva, legata al senso di una purezza originaria: “mi accorsi attraverso lo splendore del mare, simile a una lente che ingrandisca, che la mia vita di terraferma nelle sue guaste abitudini si tramutava in un’altra […]. E i sogni, ogni notte più avanti sul mare, retrocedenti in composizioni di me sempre più vicine alla mia infanzia, parevano preannunciare il ritorno della mia vita alla purezza di una volta.” Una vita, insomma, dove il mare diviene risorsa e orizzonte verso un altrove che è terra da conoscere, da scoprire con il piglio dell’esploratore, e non da sfruttare in base alle condizioni “che il mercato impone” quasi che fossero dettami divini, e non parametri utili esclusivamente a chi fa dell’ottimizzazione del profitto il suo unico dio.

Giovanni Comisso, Gente di Mare, Euroclub, 1987, p.336.

* Il libro, attualmente fuori edizione, è acquistabile su Maremagnum.

 

Leonardo Del Vecchio

23 Gen

Dottò, mi raccomando, fateci risparmiare… povera gente siamo…” e, quando aveva sentito “ottomila lire”, per poco non si era sentita male.
Due vetri! Che dite! Gesù Maria!”
Ecco quando si è ignoranti…” rispondeva il dottore, riponendo le altre lenti dopo averle lustrate col guanto, “ non si calcola nulla. E metteteci due vetri, alla creatura, mi saprete dire se ci vede meglio. Tiene nove diottrie da una parte, e dieci dall’altra, se lo volete sapere… è quasi cecata”.
Eugenia Quaglia in “Un paio di occhiali”, racconto di apertura di Il mare non bagna Napoli di Anna Maria Ortese, vive come avvolta in una nebbia: non vede la stanza in cui vive, il cortile pieno di panni, il vicolo vociante di grida e di colori, tutto è coperto da un velo. Ma finalmente le arrivano un paio di occhiali e il mondo si riempie di acqua saponata, di muri lebbrosi, di pezzi di carta e rifiuti, e si riempie a tal punto che Eugenia si sente male, si piega in due e vomita. A Leonardo Del Vecchio regaliamo i racconti della Ortese, perché fondatore di Luxottica e grande evasore, possa prendere informazioni su Napoli e spunto per opere di bene: seguendo l’esempio di Della Valle nuovo sponsor del Colosseo, potrebbe decidere di adottare la città di Napoli, investendo parte dei beni preservati dal fisco nella riqualifica del capoluogo partenopeo, o – se proprio decidesse che l’affare non gli interessa – vorremmo almeno si impegnasse a regalare un paio di occhiali schermati a cittadino. Forse il capogiro non sarebbe venuto all’Eugenia dell’Ortese se avesse inforcato un bel paio di Rayban, si sa: “Occhio non vede, cuore non duole”, anche se nel nostro caso sarebbe augurabile un ottundimento generale dei sensi e non solo della vista.

Anna Maria Ortese, Il mare non bagna Napoli, Adelphi 1994, p. 176, e. 17 .

Michele Ferrero

17 Gen

Primo tra gli uomini più ricchi d’Italia secondo Forbes, e ventottesimo nel mondo, Michele Ferrero può essere considerato una specie di  anziano Willy Wonka nostrano. NutellaFerrero RocherMon Chéri,Pocket CoffeeRaffaelloKinderNoggyTronky,DuploBriossFiestaYogo BriossGran Soleil,EstathèFerrero RocherCristallina, ecco alcune tra le più famose goloserie che ognuno di noi ama e ha gustato almeno una volta nella vita, e che al patriarca hanno fruttato gloriose onorificenze nazionali. Ma non è tutto dolce quello che inzucchera: anche i migliori Maîtres Chocolatiers, al giorno d’oggi, hanno il palato fine per i paradisi fiscali e la delocalizzazione a oltranza verso paesi governati da regimi oppressivi in cui non esistono diritti per i lavoratori. Ecco perché una (ri)lettura del celebre romanzo per ragazzi La Fabbrica del cioccolato di Roald Dahl, ci sembra un atto quantomai inderogabile. Urge ricordarsi che non è Wonka l’avido cattivo, sebbene stravagante. E che la magica fabbrica viene ereditata da Charlie, ovvero l’unico dei bambini in visita a non possedere insopportabili vizi, mica un esperto dell’off-shore.

Roald Dahl, La fabbrica di cioccolato, Salani 2005, p.202, e.12, traduttore Duranti R.

Massimo Marelli

13 Gen

Quando è stato eletto rettore, Marrelli ha messo subito le carte in tavola: l’università resta la migliore istituzione di questo Paese. Ma non è detto che basti, stando almeno allo stato in cui versano le altre: se l’autore non fosse stato il vicesindaco […] e se soprattutto io non fossi stato l’assessore al Bilancio del Comune, avrei trovato quel testo di certo più esilarante delle pagine di un Jerome o di un Woodehouse […]. Ma purtroppo si trattava proprio di Napoli e quell’assessore ero io. Riccardo Realfonzo, professore di economia a Benevento, racconta la sua esperienza di assessore al Bilancio e Risorse Strategiche del comune di Napoli in un avvincente volume dall’indubbio valore letterario, oltre che amministrativo. Lo zelo profuso a riposizionare le tessere scompaginate del bilancio cittadino gli fanno guadagnare diversi appellativi di cui lui si sente giustamente lusingato e che usa anche come titolo del libro: “Robin Hood” a palazzo San Giacomo. La prosa di Realfonzo contiene gli argomenti necessari a smontare l’impianto difensivo di Marrelli per l’Accademia: la classe dirigente del Paese esibisce curricula lunghi come carte d’identità, annovera Presidenti ossessionati dalla manicure e Sindaci che deglutiscono l’acrimonia della politica sorseggiando compulsivamente bicchieri d’acqua.

E se non si può valutare lo stato di salute del paziente usando come metro di paragone i malati cronici, occorre ricordare almeno di sfuggita Chiara, Gianluca, Francesco, Peppe, Davide, Alessandro, Guido, Chiara, Lavinia, Franco, Fulvio, Giovanni, Paola che hanno fatto fortuna altrove, fuori dal Paese o dall’Accademia, e Matilde, Alessandra, Manuela, Elisa, Luisa, Valeria, Francesca, Claudia che continuano a provarci. Dentro e fuori l’Accademia.


Riccardo Realfonzo,“Robin Hood” a palazzo San Giacomo, Tullio Pironti Editore 2010, € 12,00, p.196

Davide Bassi

13 Gen

 Trento. Meno di 20.000 iscritti ma uno dei più elevati tassi di internazionalizzazione in Italia.
Un terzo dei corsi impartiti in lingua inglese e la cadenza nònesa nei corridoi. Spese aristocratiche per la mobilità di docenti e studenti, il 30% dei dottorandi straniero e neppure l’aeroporto. Anzi, neppure i Frecciarossa. Gateway to Europe e la strisciante vocazione localistica. Giurisprudenza al primo posto nelle classifiche Censis e il Collegio di Merito Bernardo Clesio. La prima Università statale a finanziamento e competenza legislativa provinciale. Autonoma. Facoltà di valle vs. facoltà di collina. Singolar tenzone per il budget. Scienze dure e sociologia. Laboratori Microsoft e laboratorio rosso: l’ombra di Bill Gates e il fumo nostalgico del ’68. Regime di polizia per l’inaugurazione dell’anno accademico che non ferma i megafoni, gli slogan e i palloncini di protesta in aula magna. Trento. Piccolo Ateneo, bastardo posto.

Per misurasi con le piccole o grandi scissure e perché le discordanze non divengano schizofrenie, regaliamo al rettore Davide Bassi The strange case of doctor Jekyll and Mr. Hyde di Robert Louis Stevenson, rigorosamente in lingua originale (pur disponendo dell’autoriale traduzione di Barbara Lanati per Feltrinelli). Se l’identità è una trappola, occultarne le molte sfumature e le intime contraddizioni o piuttosto smarrirsi in una ricerca affannosa senza mai lasciare il porto d’attracco scoperchia il pericolo dell’abisso, l’ombra del naufragio. Con o senza spettatore. Sicuramente senza volto.

Robert Louis Stevenson, The strange case of doctor Jekyll and Mr. Hyde, Penguin 2003, p. 224, £ 3, 49

Luigi Frati

6 Gen

Questo è giusto, c’è il merito.
«Non posso farci niente se Giacomo è tra i primi cinque, nella classifica dei vincitori di un concorso vecchio di due anni. La vergogna semmai è per gli altri. Giacomo mio figlio s’è fatto un culo come un pajolo».
Giacomo è bravissimo.
«Parliamo del punteggio? Lui ha 21. Artioli, per esempio, 14. Che ce posso fa?»
Rettore, le danno del barone al cubo.
«Num me frega nulla. Quello che voglio di’ è che nessuno della mia famiglia ha avuto ciò che non meritava».
Bisogna specificarlo bene, perché il nome di Frati…
«Ho mandato in pensione mia moglie, togliendole la collaborazione compensativa. Lo sa?».
Purtroppo contro di lei se ne dicono di tutti i colori.
«Forse perché sono vicino agli studenti? Forse perché giro senza auto blu, forse perché mi faccio un mazzo così?».
Il linguaggio crudo rivela comunque un vivido spirito del fare.
«D’Ubaldo parla di me come futuro sindaco di Roma. Ma io non tradisco, ho da completare il mandato di rettore».
Vuole bene all’università, e si vede. Anche il banchetto nuziale di sua figlia l’ha fatto tenere al campus.
«Fregnaccia, fregnaccia. Banchetto a Trevignano, rinfreschetto all’università. L’aranciatina, la coca cola. Un gesto di cortesia per gli amici e i colleghi. E ho pagato trecentomila lire, causale: matrimonio di mia figlia. E da lì è nata la fregnaccia».
Queste cose non si sanno, e si favoleggia.
«Forse sono odiato dai potenti forse, ma dagli studenti amatissimo»
Però è bellissimo avere i figli con questa carriera luminosa. Li avrà condotti per mano, e accuditi, sollecitati.
«Ma che stai a dì? (Certo, vedendo mamma e papà che pure alla domenica studiano, ti viene lo sghiribizzo di emularli)».

[intervista a Repubblica del 24.12.2010]

A Luigi Frati, rettore de La Sapienza, polo universitario da 150.000 iscritti, con facoltà sparse in tutta la città di Roma e anche oltre, Le città invisibili di Calvino. In particolare gli proponiamo il percorso nelle città e i morti, Melania, Adelma, Eusapia, Argia, Laudomia: nella prima la popolazione si rinnova per morte precoce all’interno di un dialogo, nella seconda su ogni faccia nuova che s’incontra c’è il calco di quella di qualcuno che già si sa scomparso, nella terza i vivi costruiscono una copia identica della loro città perché il trapasso sia più lieve e vi spediscono le salme augurando loro una vita diversa da quella che hanno vissuto, nella quarta gli abitanti girano allargando i cunicoli dei vermi e nell’ultima la proliferazione delle bare sgomenta chi vi abita. In ognuna di esse, Frati potrà trovare qualcosa che gli ricordi il suo ateneo, dove la diapartita veloce colpisce spesso studenti talentuosi ma non sponsorizzati, e le facce si assomigliano o si ripetono in una duplicazione continua, dove chi dovrebbe essere “accademicamente” trapassato ha sempre più futuro di chi lo guarda e dove sfuggire alla putrefazione diventa di giorno in giorno l’unica via per evitare la resa.

Italo Calvino, Le città invisibili, Mondadori 1996, p. 176, e. 8,50