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Silvio Berlusconi

26 Dic

Ridemmo infatti. E nel ridere ci piacemmo gli uni agli altri fino allo sfinimento, fino a cadere stremati in un deliquio in cui ancora a tratti crepitavano, come in un fuoco non del tutto spento, le fiammelle della nostra euforia. A Canio Spinato, detto u diavelucchie, tutto quello che interessa nella vita è far ridere, strappare a suon di battute una felicità che assomiglia a sollievo, specchiarsi nel sorriso degli altri e scoprire che piace, anche se la natura non gli ha regalato altro che questo desiderio disperato. Basterebbe lui a giustificare il regalo de La battuta perfetta di Carlo D’Amicis a Silvio Berlusconi. Un presente, appunto, perfetto non solo perché c’è un personaggio che porta il suo nome, ha fondato le maggiori tv private del paese e consegna liste di fanciulle da accontentare con doni e comparsate in reality e soap pomeridiane. Non solo perché c’è un delizioso inventario delle sue migliori barzellette, o il racconto di un mondo in cui le raccomandazioni sono “slanci d’amore” e il favoreggiamento della prostituzione uno Stranamore ante litteram. Ma anche perché nell’uomo provato e risentito che non è riuscito metaforicamente a farsele tutte e a conquistare il mondo, femminile e non solo, c’è un po’ del premier stremato di questi tempi: riconoscersi e riscoprire la sua primigenia vena comica potrebbe avere una funzione terapeutica e rendere al suo splendore il migliore dei nostri clown. A ognuno il suo talento.

Carlo D’Amicis, La battuta perfetta, minimum fax 2010, p. 368, e.15

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Silvio Berlusconi

10 Dic


Anche Marcolina lo ascoltava attentamente, ma con la stessa espressione come se le stessero leggendo un libro di storie passabilmente interessanti. Il fatto che le fosse seduto davanti una persona, un uomo, Casanova stesso, che aveva vissuto tutto questo e molte altre cose che non raccontava, l’amante di migliaia di donne… che lo sapesse, la sua espressione non lo tradiva minimamente. Al Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, regaliamo Il ritorno di Casanova di Arthur Schnitzler (Adelphi, 1990). Perché la giovinezza è un posto dal quale prima o poi si viene esiliati, perché esistono avventure della carne ma anche avventure dello spirito, perché infine la giovinezza, dopo l’esilio, o è una avventura dello spirito o è un grottesco gioco di mimi. Perché è una storia di avventura, di scommettitori, di ritorni e perché anche se non abbiamo pregiudizi, l’atmosfera in cui viviamo è da essi così avvelenata che non possiamo sottrarci completamente alla loro influenza. Perché dopo aver sognato con le sue televisioni, adesso vogliamo svegliarci, e portare alla sua attenzione molte cose e singolari sulla preoccupante tendenza spirituale cui aderiva parte della gioventù veneziana e sui pericolosi disordini che segni inequivocabili cominciavano ad annunziare


A. Schnitzler, Il ritorno di Casanova, Adelphi (1990), pp. 149, 7,50 eu. [Traduzione di G. Farese]. Il ritorno di Casanova è disponibile anche online, in versione integrale, qui.

[la foto del premier viene da qui]

Silvio Berlusconi

1 Dic

C’era una volta il corpo elettorale. Come una castellana, attendeva con ardore il suo principe. Protetta da alte mura, solo un ascensore per raggiungere la rigogliosa foresta circostante. Ma la castellana non possiede la chiave dell’ascensore. Non c’è ragione di prendere l’ascensore: la foresta sta tutta nel riquadro della finestra, nello schermo aperto sull’esterno. Se l’immobilità procura formicolii alle gambe, il principe può far uccidere i nervi e con una sedia a rotelle meravigliosamente risolvere il problema. E se cominciano ronzii alle orecchie perché il silenzio è insopportabile e le luci distanti, della città, sono troppo forti, la premura del principe interviene a sopprimere l’udito e la vista. Nulla è troppo per il bene dell’amata. E se è così penoso sentirla urlare, ingrata, per una sofferenza senza motivo, una litania che rende impossibile il lavoro del principe, un altro piccolo bisturi può fare il miracolo. E renderla felice per sempre accanto all’amato. La chiave dell’ascensore di Agota Kristof, per imparare a diffidare di chi, se non può più sentire la propria voce, vuole che altri possano udirla. Un corpo debilitato ha ancora le mani e un piccolo bisturi brilla improvviso e argenteo come un coltello.

A. Kristof, La chiave dell’ascensore, Einaudi (1999), pp. 88. 6,40 eu. [Traduzione di E. Rasy]